Cammini Nella Psiche© – Escursioni archetipiche nella natura

Cammini Nella Psiche© è un’opera d’arte immaginativa in cui la nostra psiche viene rappresentata camminando direttamente nella natura e nei suoi luoghi. È una serie di passeggiate archetipiche, che passano per strade e sentieri ben conosciuti nei maggiori parchi dell’ambiente urbano e suburbano, attraverso torrenti sacri, boschi e cascate, antiche tombe e luoghi di culto, rovine e città scomparse, luoghi abitati dagli stessi dèi, spiriti e daimones che popolano il mondo delle immagini della psiche.

Partendo dall’etica del camminare iniziata dai romantici come narrazione della rêverie o sogno a occhi aperti, con un riferimento alle tecniche dell’outdoor setting e della mindfulness, lo psicologo archetipico e ricercatore Stefano Cobianchi concepisce un modo del tutto nuovo di fare trekking ed escursioni individuali e di gruppo. Utilizzando le conoscenze e i metodi della psicologia analitica-archetipica descritti da Carl Gustav Jung e James Hillman, il partecipante viene portato a conoscere se stesso nei significati delle immagini psichiche che sono direttamente presenti sul territorio naturale nella forma dei suoi archetipi. Questi possono essere ad esempio piante e animali, fonti e specchi d’acqua, grotte e ponti, geometrie naturali e forme architettoniche, fenomeni metereologici e geomorfologici, fino ai miti che riecheggiano nei luoghi e alle divinità o energie che li abitano e vengono percepiti come presenze. In questo modo, viene stimolata ed attivata la capacità di visione in trasparenza, che caratterizza il ritiro delle proprie proiezioni patologiche sulle immagini della realtà esterna e degli altri, portando l’individuo a ritrovare e ri-conoscere le immagini della propria anima nell’anima del mondo, ed eventualmente favorendo in questo modo la guarigione dalla sofferenza psicologica.

E’ altresì un cammino che, a un livello più avanzato, vuole porsi come terapeutico. Lo psicologo guida i partecipanti alla simbologia della natura e dei luoghi, che rispecchia allo stesso tempo la simbologia archetipica della “natura interiore” psichica. I partecipanti vengono accompagnati a riconoscere le sincronicità tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro di loro, e gli archetipi del percorso vengono ri-conosciuti come immagini psichiche e luoghi interiori. La loro attenzione viene collocata nel continuum spazio-temporale che intercorre tra la realtà esteriore e la realtà dell’anima, che in psicologia archetipica viene chiamato Unus Mundus. L’escursione diventa così una graduale nekyia, un Cammino tra la propria coscienza e la psiche inconscia collettiva. Lo psicologo si offrirà ai partecipanti come psicopompo di questo viaggio immaginale, e come organizzatore dei significati psicologici che si renderanno via via sempre più disponibili, accrescendo la loro conoscenza della sostanza archetipica della natura per prendere contatto con essa, e per estinguere eventuali paure personali, sintomi e problemi emotivi o relazionali.

Gli obiettivi di ciascuno dei Cammini Nella Psiche© sono quindi i seguenti:

  • educare alla propria psiche e fornire specifiche conoscenze formative;
  • accrescere la consapevolezza del significato simbolico delle proprie immagini psichiche e dei propri agiti;
  • aumentare l’equilibrio psicologico interiore attraverso una progressiva riabilitazione alla natura all’ambiguità delle sue manifestazioni;
  • sviluppare competenze psicofisiche ed emozionali, e capacità relazionali in situazioni ed esperienze differenti da quelle abituali;
  • aumentare la tolleranza allo stress e alla diversità ambientale e sociale;
  • attivare risorse ed energie utili ad attuare un cambiamento verso l’armonia di corpo, mente e psiche;
  • sviluppare la capacità di affrontare situazioni nuove o impreviste;
  • attivare un metodo di autoconsapevolezza e riflessione sulle proprie esperienze e reazioni;
  • fornire specifici metodi ed esercizi di rilassamento ed immaginazione;
  • sviluppare un’attenzione focalizzata alla cultura psicologica, all’ecologia e alle risorse ambientali del proprio territorio.

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Il programma dei Cammini Nella Psiche© puo’ essere concordato secondo le tue esigenze personali, e puo’ essere condotto sia in modalità individuale che di gruppo.

Alcuni Cammini a Roma e dintorni:

  1. La Valle della Caffarella
  2. La Valle del Sorbo e la Cascata della Mola
  3. Galeria Antica la città fantasma
  4. Le grotte del Lago di Albano
  5. Il Tempio di Apollo e Ponte Sodo nel Parco di Veio
  6. Dal Lago di Albano al Lago di Nemi
  7. La Via Sacra del Monte Cavo
  8. La salita al Maschio d’Ariano

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La psicoterapia esce dalla finestra dello studio dell’analista.

Questo fu l’invito che lasciò James Hillman negli ultimi decenni del secolo appena passato. La metafora di Hillman suggeriva il bisogno di Psiche d’uscire fuori dal confine protetto del setting analitico per tornare nel mondo, “là fuori” da dove essa muove e dove essa ci spinge a fare ritorno, nel suo logos infinito.

La psicoterapia è sempre stata un percorso che muove dalle prove, dai conflitti e dalle sofferenze percepite sempre come subite dall’esterno e vissute fin dentro al luogo interiore, il mondo delle immagini di cui ci parla Hillman nelle sue opere, che è anche il luogo della loro cura. Tale è il setting analitico: l’analista inizia il paziente a un viaggio interiore da cui si dovrà tornare diversi nella realtà quotidiana. Ciò che l’analisi porta a cambiare sono le proprie immagini psichiche, che vengono trasmutate in nuove immagini non più dolorose e inflazionate, ma ricche di nuovi significati utili a portare avanti il proprio percorso di individuazione.

È cioè la propria spontanea capacità immaginativa che viene educata nel percorso psicologico a riconoscere il valore e la bellezza delle varie parti di sé rimosse o in conflitto, e della realtà in cui già viviamo, anche laddove sembrava non esserci. Perché è nelle cose invisibili ma interiori ed essenziali, che noi possiamo raggiungere la nostra anima-psiche e riconnetterla all’anima del mondo. In analisi come ogni giorno, la psiche ci porta a “fare” nuove immagini: possiamo scoprire la bellezza di nuovi scenari e orizzonti, tanto esteriori quanto interiori, dapprima inimmaginati, e trovare in ogni cosa la bellezza invisibile all’occhio diurno. Ciò che si fa con l’analista dentro la sua stanza è metafora e specchio di ciò che si deve riportare “là fuori” nel mondo, perché il mondo “là fuori” è il mondo “qui dentro”.

Allora, con la metafora di “affacciarsi alla finestra”, Hillman esortava a non rinchiudersi nel setting analitico e a non trovare in esso solo difesa e rifugio dal mondo, ma a raggiungere la capacità di alzarsi e andare a vedere il mondo là fuori con quei nuovi occhi, attraverso quella “visione in trasparenza” che è la capacità di vedere e stare all’essenza invisibile, al significato delle cose come bellezza interiore, e di riuscire a vederla nelle proprie ombre così come le proiettiamo nell’anima del mondo. Riconoscere che il mondo esterno e quello interno sono l’uno specchio dell’altro non è solo lo scopo di un lavoro, quello di cambiare se stessi, ma è anche un mezzo per poter essere in grado di cambiare il mondo che ci circonda.

Il Genius Loci e la sua ricerca

Nullus locus sine genio: “nessun luogo è senza genio”, scriveva Servio. Il Genius Loci è lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso. Per i l latini, ciascun luogo è numinoso: che si tratti di una fonte, un fiume o un bosco, un’altura o una valle, esiste una divinità (secondaria a quelle olimpiche) che lo protegge e lo tutela. Quest’idea che ogni luogo sia animato e abbia uno status del tutto analogo a quello umano, è oggi persa, perché l’uomo ha perso il contatto con l’anima, e quindi non solo con la sua natura, ma con la natura nel mondo.

L’idea del Genius Loci trova un antecedente nella figura greca del Daimon, uno spirito o démone buono assegnato a ciascuna anima umana per indirizzarla verso il compimento del suo destino nella vita. Il Daimon come nume tutelare di ogni individuo è rievocato da James Hillman ne “Il codice dell’anima”, per ricordarci che secondo il mito ciascun individuo ha assegnato un compito sulla terra, il compimento del destino della propria anima. Nella cultura latina il Daimon prende il nome di Genio, ed estende il suo campo d’azione a ogni parte del mondo. Già secondo Platone e Plotino, infatti, esiste un’anima del mondo, composta dalle singole anime delle persone, e reperibile in ogni singolo luogo, nella sua specifica anima, o Genius Loci. Ogni luogo naturale è perciò capace di faci riconnettere con la nostra anima, attraverso la percezione e il riconoscimento dei suoi simboli e significati.

Secondo Hillman, “l’anima del luogo deve essere scoperta nello stesso modo dell’anima di una persona. È possibile che non venga rivelata subito. La scoperta dell’anima e il suo divenire familiare, richiedono molto tempo e ripetuti incontri” (L’anima dei luoghi, 2004, Rizzoli). Scrive Francesco Bevilacqua che ciò avviene “molto tempo e ripetuti incontri che di norma il globe trotter occidentale, quello che… ‘adoro viaggiare!’, non ha mai a sufficienza, perché in una settimana deve “vedere” quante più cose possibile, cose che potrà aggiungere come trofei di caccia sui suoi album fotografici e decantare nelle serate con gli amici, ma che non gli apparterranno mai, non entreranno mai nel suo intimo, non produrranno mai in lui un vero cambiamento interiore, non saranno mai luoghi della sua anima, non lo avranno segnato e commosso al punto da avergli fatto desiderare, almeno una volta, di gettare via la sua vita e di ricominciare a vivere proprio lì” (Genius Loci il dio dei luoghi perduti, 2010 Rubettino). Eppure non molto lontano dal cemento e dal rumore della nostra città, esistono luoghi appartati di immensa bellezza, sopravvissuti all’urbanizzazione. “Chi vi giunge”, scrive Bevilacqua, “per scelta, perché ne ha sentito parlare nei messaggi pubblicitari o per caso perché durante un’escursione ne attraversa uno di cui non conosceva neppure l’esistenza, sente di aver varcato la soglia invisibile di una macchina del tempo e, salvo che i recettori del suo encefalo non siano inebetiti da anni di visioni televisive o di viaggi in internet, … subisce una sorta di vertigine, un senso di momentaneo smarrimento. È il primo sintomo della presenza del Genius Loci“.

Siamo dunque colpiti dalla profonda bellezza di questi luoghi, perché la bellezza è un bisogno fondamentale della psiche. Come afferma Hillman, “il lento ruscello e la bianca cascata, il cielo vasto e limpido e il tramonto, le colline in lontananza e i grandi alberi, sono stati questi i nostri modelli di bellezza e dunque i rifugi per l’anima” (Politica della bellezza, 2002 Moretti & Vitali). Il passaggio repentino a questi luoghi è come uno stargate che ci porta in un’altra dimensione: quella interiore ed essenziale del significato simbolico del proprio vissuto. La vertigine e lo smarrimento che il cittadino prova dinanzi a un paesaggio o entrando in un luogo selvaggio è determinato dall’impatto con la “vera” bellezza, quella realtà dell’anima che nella vita quotidiana cittadina abbiamo perso o dimenticato. Lo spirito del luogo si mimetizza in questa bellezza, nei modi e nelle forme più incredibili, nei sui simboli e nei suoi significati. La ricerca dello spirito del luogo diventa quindi un viaggio iniziatico alla realtà dell’anima del luogo, durante il quale l’escursionista puo’ sentire la sua energia e le sue presenze, puo’ comunicare con esse attraverso la connessione coi suoi simboli e la comprensione dei suoi messaggi, e puo’ quindi ritrovare la propria natura, la propria anima, in esso.

Camminare nella natura non basta senza un cammino interiore

Una interpretazione letterale del camminare, come di qualsiasi presunta pratica curativa, puo’ portare a pensare che basti fare una certa attività fisica, o anche allenarsi in particolari esercizi mentali, per ristabilire un equilibrio nella propria psiche. Siamo oggi abituati a credere che basti curare il mondo là fuori, incluso il proprio corpo, per curare il proprio mondo interiore. Già Jung metteva in guardia da un certo “junghismo”, ricordando che

si fa di tutto, anche le cose più strane, pur di sfuggire alla propria anima. Si compiono esercizi di Yoga indiano di qualsiasi osservanza, si seguono regimi alimentari, si impara a memoria la teosofia, si ripetono testi mistici della letteratura mondiale, tutto perché non si sa affrontare sé stessi, e perché a gente simile manca ogni fiducia che dalla loro anima possa scaturirne qualcosa di utile. Così gradatamente l’anima è diventata quella Nazareth dalla quale non può nascere nulla di buono; per questa ragione la si va cercando ai quattro venti, e quanto più è lontana e bizzarra, meglio è’ (C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Opere 9).

Così abbiamo vissuto l’epoca dei wanderlust, dei cammini e dei travel bloggers, in parte ispirati alla generazione beat come rifiuto del mondo moderno, alla continua ricerca di sé stessi all’esterno, nel materiale e nell’esotico, cioè nell’eroico di un io che vuole essere sempre migliore e diverso. Abbiamo cercato di espandere la nostra coscienza, di ingrandire il nostro io e i suoi orizzonti fisici, ma non quelli interiori dell’anima-psiche: il “fare anima” hillmaniano è anzitutto un movimento verso il profondo per non essere solo fuga da sé e idealizzazione. ‘Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi’, scriveva Marcel Proust: l’uomo moderno ha letteralizzato la metafora del viaggio, che invece potrebbe sempre essere un viaggio alla riscoperta della propria natura nascosta e selvaggia, una nekya interiore in cui la ‘morte alchemica’ dell’io si rende necessaria alla caduta delle proprie proiezioni sul mondo esterno e al cambiamento. Il simbolo della riscoperta della natura nelle ultime generazioni è stato Christopher McCandless, il cui percorso involutivo viene raccontato nel bellissimo film Into the Wild, che termina con la sua prematura morte fisica, e quindi letterale. Il protagonista del film elabora una fuga dalla famiglia e dal mondo sociale per scoprire il valore del cammino e la vita nei boschi, nel tentativo di riscoprire la ‘propria’ natura. Il ritorno al selvaggio è stato in lui, come in tanti, vissuto come un rifiuto del proprio mondo e della propria realtà familiare, dovuto a un mancato riconoscimento delle immagini dolorose e delle parti interiori in conflitto, e alla loro elaborazione, che lo avrebbe piuttosto riportato a poter essere se stesso nel suo mondo e a realizzarsi nella sua società. In altre circostanze, senza scappare, troppo spesso nella nostra quotidianità rifiutiamo di affrontare il metaforico viaggio nel selvaggio mondo interiore, o lo scambiamo per un volo su un’isola tropicale o per una vacanza. Hillman ha invece esortato a migliorare il mondo anzitutto migliorando noi stessi, perché, come ha suggerito in ‘Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio‘, se il mondo ogni giorno peggiora è perché noi andiamo sempre peggio.

Allora, è con i Cammini Nella Psiche© che noi vogliamo rieducare a quello sguardo introspettivo per la natura, per ritrovare quegli occhi e quel sapere che ci permettono di abitare il mondo in armonia e sentirci parte di esso, per vivere la nostra vita in senso mitico e psicologico, e per ritrovare la vera bellezza di ciò che ci circonda ogni momento, che risiede nel significato delle immagini della nostra psiche.

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